Dose massiccia di farmaci chemioterapici: medici condannati per morte Valeria Lembo

By | 30 marzo 2016

Palermo, condanne per morte Valeria LemboMedici coperti dopo aver causato la morte di una donna per eccesso di farmaci chemioterapici. E’ successo a Palermo, presso il Policlinico Giaccone

 

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Giudici: “E un vero assassinio”

Per i giudici quello che hanno fatto i medici siciliani è un vero assassinio. A Valeria Lembo, una 34enne, era stata somministrata una dose di farmaco chemioterapico (vinblastina) superiore di 10 volte a quella che doveva essere iniettata. Inevitabile il decesso della donna. I medici del reparto di Oncologia del nosocomio palermitano non solo hanno fatto uno sbaglio madornale ma hanno anche cercato di evitare che la vicenda balzasse agli onori della cronaca; insomma, tentarono di nascondere il caso. Tutto ciò, per il magistrato, “è la più grave colpa medica mai commessa al mondo”. Alla povera Valeria erano stati somministrati 90 milligrammi di vinblastina invece di 9 grammi.

La storia triste di Valeria iniziò il 7 dicembre 2011, quando si presentò col marito al Policlinico Giaccone, dove i medici le diagnosticarono un morbo di Hodgkin, ovvero una tipologia di cancro al sangue. Alla 34enne venne somministrata subito una dose massiccia di chemio che non le procurò giovamenti, anzi la condusse verso la morte, avvenuta dopo 22 giorni di sofferenza. Valeria merita giustizia. Certo, nessuno potrà farla tornare in vita ma i responsabili devono pagare. Ecco allora che sono arrivate le prime condanne:  7 anni di reclusione per  l’oncologo Laura Di Noto,  4 anni e mezzo per il primario Sergio Palmeri e 6 anni  e mezzo per Alberto Bongiovanni, medico specializzando. Condannate a 4 anni di reclusione anche due infermiere.

Provvisionale di un milione di euro per il marito di Valeria

Gli imputati sono stati interdetti dall’esercizio della professione e dovranno versare un milione di euro al marito di Valeria, 400.000 euro a ciascun genitore e 80.000 euro alla zia. La provvisionale si aggiunge alle condanne, decisamente dure ma necessarie perché secondo il giudice Rosini “parlare di assassinio non è casuale, perché di questo si è trattato avendo gli imputati cooperato a cagionare la morte di un paziente”.

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