Morso da un topo, la corsa al Pronto soccorso: rischio rabbia

By | 21 settembre 2017

Morso da un topo, l'odissea di un uomo di JesiUn uomo che vive a Jesi, in provincia di Ancona, è stato morso da un topo nei giorni scorsi. Impaurito, il marchigiano si è subito recato al Pronto soccorso. Il timore di contrarre la rabbia era troppo forte. Non tutti gli ospedali italiani, però, dispongono degli antidoti contro la rabbia, visto che è una malattia considerata debellata. L’ospedale Carlo Urbani, dove si era recato l’uomo di Jesi, non era in possesso dell’antidoto contro la rabbia. Dopo una serie di telefonate, è stato scoperto che l’unica struttura sanitaria in zona in possesso del suddetto antidoto era l’azienda ospedaliera Marche Nord.  In Italia l’antidoto contro la rabbia deve essere importato dall’estero. Non lo produce più nessuno nel nostro Paese.  Tra l’altro per importarlo dall’estero è necessaria l’autorizzazione dell’ente regolatorio nazionale. Una volta accertata la disponibilità del medicinale contro la rabbia, la farmacista dell’azienda ospedaliera Marche Nord ne ha acconsentito l’invio a Jesi. Alla fine, all’uomo morso dal topo sono state inoculate due fiale di immunoglobulina umana antirabbia, farmaco che deve essere somministrato al massimo entro 6 ore dal morso.

Antidoto contro la rabbia: rischio di non trovarlo

In Italia chi viene morso da un topo viene a trovarsi in una situazione particolare, una situazione di panico e sconforto. Il rischio rabbia è alto ma è alto anche il rischio di non trovare l’antidoto contro tale malattia. Lo sanno bene le persone che, negli ultimi tempi, sono stati morsicati dai ratti, come l’uomo di Jesi.

L’anno scorso, a luglio, era stata morsicata da un ratto, nel rione Trastevere di Roma, Valentina Fatuzzo. La donna era seduta su una panchina e mentre parlava con alcune amiche del più e del meno era stata morsa alla gamba da un topo. Un’esperienza terribile che la donna non dimenticherà mai. Valentina aveva rivelato ai microfoni di Askanews: ‘Sono in piazza con un gruppo di amici, stiamo chiacchierando, sento qualcosa che si arrampica sulla mia gamba, e poi sento un morso. Ma non realizzo perché ho pochissimo tempo per rendermi conto che sono stata assaggiata da un ratto. L’istinto è stato quello di muovere la gamba per liberarmi, perché lui era ancora con me, agganciato’.

Dopo la nauseante vicenda, Valentina si era recata presso la Guardia medica per la disinfezione della ferita. Il giorno successivo aveva scoperto che il centro antirabbico presso l’Università ‘La Sapienza’ era stato soppresso. Che fare? La donna, che vive a Monteverde, temeva che quel ratto fosse rabbioso, non voleva essere contagiata. Un amico, allora, le aveva consigliato di recarsi al Centro di igiene e malattie tropicali, dove esiste un reparto antirabbico. Valentina non aveva altra scelta. Una volta arrivata in tale struttura, però, aveva scoperto che i protocolli erano cambiati e che, contro la rabbia, era disponibile solo un emoderivato, ovvero un medicinale rischioso.

L’odissea di Valentina

Dopo mille peripezie, la romana morsa da un ratto si era ritrovata all’ospedale San Giovanni: ‘Mi imbatto in una dottoressa che mi fa presente che il farmaco è molto rischioso  e secondo lei io dovrei tornare a casa e non fare nulla. Ritorno dalla caposala che mi è solidale, e riusciamo attraverso un consenso informato a sbloccare questa situazione che è molto penosa, e finalmente queste 500 unità di antitetanica attiva mi vengono iniettate’.

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