Salute

IL DISTURBO BIPOLARE: quando l’umore è instabile

Nella pratica clinica può capitare che al momento del primo colloquio le persone possano presentarsi con un umore tendente al depresso, sta poi al professionista capire se questa inflessione rientri all’interno dello spettro del disturbo bipolare o meno. Come ci spiega la dott.ssa Caccico, dell’Istituto IPSICO di Firenze, nel DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) il disturbo bipolare è stato separato dai disturbi depressivi ed è stato posto tra i capitoli sui disturbi dello spettro della schizofrenia e i disturbi depressivi, riconoscendo la sua posizione come un ponte tra le due classi diagnostiche in termini di sintomatologia, storia familiare e genetica.

Il Disturbo Bipolare e correlati sono accompagnati da una serie di sintomi, vegetativi-somatici e cognitivi, che non si ritrovano nelle comuni esperienze del vivere quotidiano: la memoria e la capacità di concentrazione sono alterate, il sonno è gravemente compromesso insieme ad altre funzioni corporee, vi è scadimento delle condizioni fisiche generali, l’ideazione assume caratteristiche così peculiari da sconfinare talvolta nel delirio.

Senza entrare nello specifico, per diagnosticare un Disturbo Bipolare devono essere presenti lungo la vita della persona, un episodio depressivo e un episodio maniacale. Nelle descrizioni classiche la mania indica un generico stato di eccitazione in cui la  qualità dell’umore è caratterizzata da euforia e gaiezza immotivata. Dal punto di vista affettivo vi può essere anche una sensazione di benessere, esuberanza e vivacità, labilità emotiva, irritabilità e percezione di accelerazione del fluire del tempo.

A livello psicomotorio la persona può percepire un’aumentata energia, iperattività, infaticabilità, aggressività, impulsività, abuso di sostanze, condotte sessuali promiscue, abbigliamento vistoso e/o inusuale, tono di voce elevato, mimica e gestualità mutevoli ed eloquio accelerato. A livello cognitivo vi può essere un’autostima ipertrofica, ottimismo, pensiero accelerato con associazioni più rapide ma superficiali, facile distraibilità, memoria ridotta, idee/deliri di grandezza e allucinazioni.

Anche il sonno e l’appetito possono essere alterati, come vi può essere un aumento della libido. Mentre gli episodi depressivi sono caratterizzati da un periodo di almeno due settimane di umore depresso, perdite di interesse o piacere, aumento o diminuzione di peso, insonnia, faticabilità, ridotta capacità di pensare.

In questo disturbo, ciò che è interessante è che l’affettività decorre in maniera pressoché indipendente dagli accadimenti esterni. Nel Disturbo Bipolare, infatti, l’andamento del tono dell’umore non sembra essere determinato dagli eventi ambientali e lo stato di euforia, ad esempio può permanere anche di fronte ad un lutto. Mentre, se ci pensiamo bene, nell’affettività “normale” i cambiamenti ambientali riescono ancora a modificare gli stati interni (se sono triste per un problema avuto sul lavoro, posso migliorare il mio umore uscendo con gli amici).

Le cause di questa problematica sono ancora oggi poco chiare, anche se sappiamo che l’insieme di fattori genetici, neurofisiologici e neuroanatomici che interagiscono con eventi psicosociali, possono portare all’emergere del disturbo.

Come intervenire quindi quando si è di fronte a questo tipo di disturbo?

Secondo le linee guida APA per il Disturbo Bipolare nella fase acuta del disturbo se viene usata una terapia psicosociale, questa deve essere combinata con psicofarmaci. Durante le fasi depressive del disturbo la terapia cognitivo comportamentale (TCC) ha dimostrato la sua efficacia e può essere usata in associazione ad una terapia farmacologica. Mentre durante la fase stabile del disturbo (eutimia), sempre la terapia cognitivo comportamentale può fornire le informazioni e strumenti utili per migliorare l’aderenza al trattamento farmacologico, apportare cambiamenti nello stile di vita e individuare precocemente eventuali cambiamenti sintomatologici, prevenendo le ricadute.

La TCC pone molta attenzione alla psicoeducazione in quanto il motivo principale dei fallimenti della farmacoterapia è la mancata collaborazione del paziente.

La psicoeducazione contribuisce a ridurre:

  • i sintomi depressivi nei pazienti;
  • l’uso dell’evitamento come strategia di coping (questo soprattutto nelle famiglie con alto grado di sofferenza);
  • i sintomi depressivi e i comportamenti a rischio nei familiari;
  • i livelli di carico soggettivo dei familiari durante gli episodi di malattia del paziente.

Inoltre aiuta a:

  • controllare i fattori stressanti della vita che influiscono sulla vulnerabilità individuale.
  • Migliorare le risorse per fronteggiare i problemi della vita (quotidiani e non) e la competenza sociale.
  • Aumentare le risorse dei familiari e del paziente stesso per gestire il disturbo.
  • Diminuire lo stigma sociale e creare (o migliorare ove già ci sia) una rete di supporto sociale.
  • Aumentare la fiducia, l’autodeterminazione, l’auto-efficacia percepita, la progettazione, la consapevolezza e le capacità di poter incidere attivamente sulla propria vita.
  • Coinvolgere il paziente stesso nelle decisioni che riguardano la sua cura.
  • Fornire strategie di coping e di problem solving.

Svolta questa prima fase è poi possibile proseguire su un piano più strettamente cognitivo e comportamentale, ma per un problema serio e invalidante come il Disturbo Bipolare e correlati, la consapevolezza di malattia viene prima di tutto.

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