Marina-Nasti-libro-RomaEdita dalla Macabor Editore, casa editrice di Francavilla Marittima, è stata pubblicata da poco una raccolta di racconti, dal titolo “Il grigio e l’azzurro”, di Marina Nasti, autrice alla sua prima pubblicazione. I racconti viaggiano sulla linea della tradizione impostata da Pasolini e Moravia, e vogliono descrivere e raccontare le emozioni più intime e vere dei percorsi di vita, non sempre facili, che si vivono nelle grandi città, qui in particolare nella città di Roma. Sono storie che si delineano sullo sfondo di una grande città, piena di storie, di movimenti, di difficoltà, di percorsi. Di scenari descritti con trasporto emotivo perché vissuti dall’autrice in prima persona. Per questo la lettura di questi racconti si può definire un’esperienza di condivisione di emozione, con i protagonisti delle storie e con la visione di chi le ha scritte.

Abbiamo posto qualche domanda all’autrice.

Che tipo di racconti ha voluto scrivere, che cosa vorrebbe comunicare ai lettori?

I miei racconti sono stati scritti di getto, con il cuore, pensavo che finalmente fosse arrivato il momento di provare a “buttare giù” qualcosa per raccontare il mio modo di vedere e vivere la città, e per cercare di riuscire a comunicare la mia piccola parte di messaggio positivo e di riscatto a chi vorrà leggerli. Quella sarebbe per me la cosa più importante. Sono legatissima a Roma, al fascino della sua storia e allo stesso tempo anche al contesto periferico dove vivo. Per questo forse, è vero che in testa ho avuto un po’ come modello Moravia e Pasolini, che, in modo diverso, hanno raccontato le pieghe più quotidiane e a volte difficili e scure della vita a Roma. Racconti che parlano di cose quotidiane, difficoltà, percorsi, di vita e anche mentali, con alla fine sempre un lieto fine di riscatto e di riscoperta di se stessi.

Dunque tutti i racconti di questa raccolta sono ambientati a Roma, e quasi tutto parlano della periferia. Ma se ne parla in modo nuovo, diverso. Perché, da cosa scaturisce questa visione così positiva anche rispetto ad un contesto che viene quasi sempre – se non sempre – etichettato solo negativamente?

Ripeto, Roma non è la mia città nativa (Savona, ndr), ma è sicuramente diventata la mia città adottiva. L’ho “sentita” e ho scelto di viverla a fondo nella sua realtà più difficile, forse, a detta di molti, ma anche più vera: la sua periferia, dove ho trovato, e continuo a trovare, tanta umanità. Magari in difficoltà, non dico di no. Ma c’è tanto bene, anche qui, a Tor Bella Monaca come a San Basilio, a Primavalle, a Corviale, a Labaro e negli altri quartieri. Così come c’è anche tanto brutto e tanto male nei contesti che invece vengono sempre etichettati come “quartieri bene” e invece, tanto bene, non lo sono, sempre, a livello di etica, di comportamento. Però, che dire… loro “cascano” sempre in piedi.

Questa potrebbe essere una provocazione?

No, non potrebbe essere una provocazione. Questa non è una provocazione. Quello che voglio dire è che la parte brutta, sbagliata, purtroppo per tutti pare essere sempre e soltanto qui. Mentre nei quartieri più scintillanti, a volte il brutto c’è ma lo nascondono bene sotto il manto dorato del benessere economico. Si, il brutto qui nella periferia lo si vede, lo si vede bene, fin troppo bene. Faccia a faccia, tutti i giorni, e tutte le notti. I palazzoni alti, brutti , grigi. Lo spaccio, la criminalità. A Roma, come in tante altre realtà d’Italia. Ma questi contesti nascondono anche tante sfumature di umanità e riscatto, di cui quasi nessuno parla o vuole parlare. Si sbaglia, ma si cerca anche di rialzarsi e trovare la strada giusta.

Cosa si potrebbe fare per cambiare le cose?

Le cose da fare sarebbero tante, e le speranze secondo me sono in mano e in testa ai tanti giovani, che non devono sentire solo la rabbia e la voglia di andar via, ma piuttosto una rabbia costruttiva contro le cose che non vanno, una rabbia costruttiva per combattere e costruire qualcosa di positivo a partire proprio da qui. Contro chi vuole far capire che non ci sono altre vie d’uscita. Altri intellettuali, diciamo, prima di me, hanno scritto la periferia. Il più grande di tutti è stato Pier Paolo Pasolini, l’unico forse che ci si è immerso, in quella realtà, fino in fondo. Tanti invece ne parlano, ma non lo vivono, questo contesto, non la sentono, questa realtà. Magari l’hanno vista, l’hanno vissuta qualche tempo, da intellettuali, da artisti, da attori, da osservatori. Ma io la sento e la vivo, la città, da centro a periferia, da intellettuale e da “persona comune”, quotidianamente. Io credo nel potere della cultura, in senso buono, in senso costruttivo, non nel senso noioso e accademico, che serve solo a fare “salotto”; e spero di aver cominciato un percorso costruttivo per comunicare, emozionare, e riuscire a trasmettere qualcosa di positivo.

Per l’acquisto del libro “Il grigio e l’azzurro” ci si può riferire direttamente al sito della casa editrice Macabor www.macabor.it