Festa della Liberazione: le torture subite da Livio Sandini, un bambino

By | 25 aprile 2017

Oggi, 25 aprile 2017, si festeggia la Liberazione dall’oppressione nazifascista. In Italia, come sempre, sono in programma tanti eventi. Una data importante per gli italiani e per il mondo intero perché, in fondo, il mondo attuale è frutto della vittoria sui pericolosi e letali nazionalismi e sugli sciovinismi. Ci sono tanti racconti sulla sopraffazione nazifascista e sulla Resistenza italiana, storie spesso cruente che non vanno assolutamente dimenticate perché il rischio di riemersione dei totalitarismi è elevato. Forse non tutti conoscono la storia del piccolo Vittorio, ‘Livio’, Sandini, un 12enne di Bassano del Grappa che venne torturato ma non rivelò mai dove si trovavano i fratelli partigiani.

Una storia nascosta per 70 anni

Vittorio Sandini, soprannominato ‘Livio’ dai suoi parenti, apparteneva a una famiglia numerosa e contraria al fascio. I parenti del ragazzino parteciparono attivamente alla Resistenza italiana. La storia dei fratelli Sandini non è mai stata raccontata per 70 anni. Ci ha pensato recentemente Ugo Sandini, nipote di Livio. L’anziano ha rivelato che i fascisti presero di mira i fratelli Sandini, ritenuti pericolosi e sovversivi. Una notte, alcuni soldati si presentarono a casa Sandini, convinti di trovare ed arrestare Domenico, Giovanni e Mario, i fratelli più grandi di Livio. In casa, però, c’era solo Maria, la madre, e il piccolo Livio. I fascisti, allora, s’infuriarono e si scatenarono contro la donna e il figlioletto. Domenico Mario e Giovanni si erano nascosti nei campi di grano ma sentivano perfettamente quello che stava accadendo nella loro abitazione.

La sopraffazione e il dolore di Livio

Maria venne picchiata e costretta a parlare. Lei, nonostante le botte e le intimidazioni, non aveva ceduto. La combriccola di soldati, poi, iniziò a malmenare il piccolo Livio. Anche a questo i fascisti chiesero dove fossero i fratelli. Lui rispose che non lo sapeva. La madre invitò i militari a lasciare stare il figlio, in quanto non sapeva nulla. Loro, però, continuarono a torturare il minore, convinti che prima o poi avrebbe parlato. A un certo punto, un fascista prese la corda legata al secchio del pozzo e la legò attorno alle gambe del piccolo; poi questo venne calato a testa in giù nel pozzo, per oltre 20 metri. Livio provò molta paura e dolore ma non cedette per i suoi fratelli. Non doveva assolutamente parlare. Il commando, poco dopo, tirò su il 12enne e lo portò in uno scantinato angusto dove erano reclusi prevalentemente partigiani. Livio uscì da tale posto solo grazie all’intercessione di un sacerdote. Tornò in libertà ma quell’episodio gli rimase impresso nella mente per tutta la vita. Una piccola grande storia che rammenta la barbarie della mostruosa ‘macchina’ nazifascista.

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