Cronaca

Rifugiati sfruttati nei campi: ombre sui centri di accoglienza calabresi

Fuggivano da guerre, scontri, carestie e fame ed erano arrivati in Italia per avere una vita più dignitosa. Invece, nel Belpaese, una trentina di rifugiati avevano trovati altri aguzzini. Questi non hanno mai curato le piaghe psicologiche e fisiche dei richiedenti asilo, né tantomeno hanno favorito la loro integrazione con dei corsi ad hoc per imparare l’italiano. L’inchiesta avviata dalla Procura di Cosenza ha portato all’arresto di due persone responsabili di centri di accoglienza di Camigliatello Silano (Cosenza).

I rifugiati lavoravano per oltre 10 ore al giorno

Invece di aiutarli ad integrarsi, i centri di accoglienza calabresi li facevano lavorare per molte ore nei campi, al freddo e al gelo, anche con abiti leggeri. Quei rifugiati somali, senegalesi e nigeriani, tutti ragazzi, non avevano trovato l’eldorado in Italia, ma l’inferno. Formalmente, i richiedenti asilo erano iscritti nei centri di accoglienza e, dai documenti, risultava la loro partecipazione ai corsi per imparare la lingua italiana. Tutto falso. I rifugiati non erano mai stati sostenuti e aiutati dagli psicologi e non avevano mai seguito corsi di lingua italiana per stranieri. I responsabili dei due centri di accoglienza in provincia di Cosenza, finiti in manette nelle ultime ore, volevano solo che i migranti lavorassero nei campi per molte ore, senza fermarsi mai. Una miseria la paga; neanche 2 euro l’ora.

Oltre ai due arrestati, sono finite ai domiciliari 4 persone; 8, invece, sono state colpite dalla misura dell’obbligo di dimora. I trenta rifugiati, ogni mattina, venivano caricati su diversi camion e portati nei campi, dove lavoravano per oltre 10 ore. Le mansioni erano diverse: molti raccoglievano frutta e verdura; altri badavano al bestiame. Per loro, insomma, nessun corso di avviamento professionale o di lingua italiana. Solo lavoro, per giunta al caldo o al freddo intenso e per pochi soldi. Gli immigrati erano fuggiti da zone difficili del mondo e, purtroppo, in Italia avevano trovato un contesto altrettanto orribile. Eppure, le persone finite in manette avevano documentato che i rifugiati stavano seguendo i suddetti corsi per integrarsi in Italia. Mere balle architettate, tra l’altro, per ricevere fondi statali.

Lo sfruttamento dei rifugiati per ricevere fondi

La Procura di Cosenza ha fatto venire alla luce una storia triste di sfruttamento dei rifugiati. Questi scappavano da guerre e carestie ma in Italia non avevano trovato una situazione migliore. I responsabili dei centri di accoglienza avrebbero sfruttato doppiamente i rifugiati. Da un lato, infatti, questi venivano usati per ottenere fondi pubblici; dall’altro venivano pagati poco a fronte di molte ore di lavoro. Una vicenda che, certamente, non fa bene alla reputazione dei centri di accoglienza calabresi.

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